Aldo Olivieri: il Gatto Magico

Non era viareggino di nascita ma amava Viareggio, un sentimento ricambiato dalla nostra città orgogliosa di avere tra i suoi figli un Campione del Mondo come Aldo Olivieri che a Parigi, nella rassegna iridata del 1938, era stato uno dei punti di forza della squadra di Pozzo salvata più volte dalle parate di quello che tutti conoscevano come il “Gatto Magico, soprannome affibbiatogli per la grande reattività tra i pali dote alla quale abbinava grande coraggio nelle uscite.

Un amore reciproco quello tra Viareggio e l’antico portiere certificato dalla presenza nel giorno delle esequie, celebrate due giorni dopo la sua morte avvenuta il 5 aprile di diciannove anni, di tanti personaggi legati al mondo dello sport ma anche dalla rappresentanza dell’amministrazione comunale viareggina con tanto di gonfalone della città listato a lutto.

Olivieri aveva conosciuto e subito amato Viareggio già dal lontano 1934 quando dopo un anno di inattività per un grave infortunio occorsogli durante un’amichevole tra Padova e Fiumana – un calcio in testa del centravanti istriano lo fece andare in coma per due settimane ed i medici per salvarlo dovettero procedere alla trapanazione del cranio – era stato ingaggiato, come si diceva a quei tempi, dalla Lucchese del mitico presidente Della Santina, su richiesta del tecnico Egri Erbstein. Un ingaggio sul quale tanti anni dopo racconterà un gustoso retroscena: “L’ingegner Della Santina mi offrì 5 mila lire di ingaggio. Accettai, era una cifra enorme per quei tempi. E proprio per questo quando portai a casa tutti quei soldi mia madre scoppiò a piangere perché pensava che fossero il frutto di chissà quale attività illecita. E mi supplicò di restituirli a chi me li aveva dati. Non voleva credere che me li avevano dati per giocare a calcio”.

Viareggio è stato anche il crocevia nel passaggio di Olivieri dal campo alla panchina. Già perché proprio con il Viareggio, siamo nel 1945, chiude come calciatore per iniziare una nuova avventura da allenatore sollecitato da Bertani Benetti.

Una carriera che gli riserverà soddisfazioni e che lo porterà a sedere anche sulle panchine di Inter e Juventus del viareggino Bertuccelli (che aveva lanciato nel Viareggio e poi voluto alla Lucchese assieme a Beppe Cellai) con la quale sfiorerà lo scudetto perso a sole tre giornate dalla fine del campionato 1953/1954. Poi come promesso alla moglie Piera il ritiro dalle scene quando sta per compiere sessanta anni. Siamo all’inizio degli anni settanta e Olivieri acquista un bar in passeggiata al quale darà il suo nome e che diventerà ritrovo per gli operatori del calciomercato della serie C, che in quegli anni si svolgeva all’hotel Royal, oltre che per gli amici viareggini delle “Vecchie Glorie Bianconere”. Fino a quando la salute glielo aveva permesso non mancava mai un appuntamento con la Coppa Carnevale, alla quale aveva partecipato (1953) da allenatore con l’Udinese che si piazzò al terzo posto, seguendo con particolare attenzione le prove dei portieri. Già perché colui che Gianni Brera una volta aveva definito “il più grande portiere italiano” di gente che volava tra i pali se ne intendeva.

Spericolato. Lo dicevano per offendermi. Soprattutto gli inglesi. Gli inglesi mi odiavano. Non è che odiassero proprio me, ce l’avevano con il mio stile, con l’idea che avevo del ruolo. Ero spettacolare, sì. Civettavo, certo. Istrionico, e allora? Non c’era niente di male nel piacere alla gente, farla sobbalzare e trepidare con un volo sulla palla, ma lo capisco, lo ammetto, le mie parate non c’entravano nulla con i biscottini e il the delle cinque. Io ero il Gatto Magico, io ero Aldo Olivieri.

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